Oltre la Villa: anatomia stratigrafica e destino del Castrum di Bagnaia
di Diego Galli
L'immaginario collettivo lega indissolubilmente Bagnaia alle geometrie d'acqua e alle architetture di rappresentanza di Villa Lante. Eppure, per comprendere la reale natura di questo insediamento, occorre distogliere lo sguardo dalle quinte scenografiche rinascimentali e interrogare la nuda pietra. Come dimostra la rigorosa indagine diacronica condotta da Gianpaolo Serone, i cui studi costituiscono la spina dorsale di questa nostra ricostruzione, il vero palinsesto del potere risiede nel perimetro difensivo del nucleo originario: il castrum medievale, la cosiddetta "Bagnaia de dentro". Ancora ben lontano dalle logiche del turismo di massa, l'apparato murario del borgo si rivela non come un inerte reperto, ma come un organismo vivo, capace di mutare forma in risposta ai traumi bellici e alle rivoluzioni politiche che hanno infiammato la Tuscia.
L'inganno rinascimentale e l'anatomia della roccia
La topografia di Bagnaia è divisa da una frattura che è fisica e concettuale al tempo stesso. Da un lato la "Bagnaia de fori", la razionale espansione progettata nel 1567 dall'architetto Tommaso Ghinucci; dall'altro lo sperone di roccia, delimitato naturalmente a nord e a est dalle profonde forre del torrente Pisciarello e del Fosso della Cava. È sui versanti meridionale e occidentale, orograficamente più esposti, che l'insediamento ha dovuto cingersi di mura. L'analisi autoptica condotta da Serone sui materiali restituisce una verità inequivocabile: l'egemonia assoluta del peperino. Nessuna traccia di tufo giallo, materiale più friabile e inadatto a sostenere lo sforzo difensivo, che farà la sua comparsa nell'area solo nel tardo Settecento per scopi agricoli. I blocchi grigi, estratti e sbozzati probabilmente in loco, compongono l'intero tessuto murario originario. I laterizi, visibili oggi sulle superfici esterne, sono aggiunte tarde, utilizzate per la messa in opera di nuove aperture o come semplici zeppe di rincalzo, testimoni di un'epoca in cui le mura cominciavano a perdere la loro rigida funzione militare.
La demografia del sale
I documenti d'archivio, incrociati con le evidenze materiali, ci permettono di ricostruire il respiro dell'abitato. Come si calcola la vita in un borgo medievale? Attraverso le gabelle. Serone evidenzia un dato fondamentale rintracciato nei registri viterbesi del 1445: a Bagnaia il consumo di sale era calcolato in 25 rubbie. Proporzionato al consumo del capoluogo, questo numero ci consegna la fotografia di un castrum densamente popolato, con circa 760 abitanti. Meno di un secolo dopo, le devastazioni epidemiche e il brutale passaggio dei Lanzichenecchi nel 1527 falcidiarono la popolazione, facendola crollare a circa 300 unità. Questa contrazione fu però seguita da un vigoroso rimbalzo. Già nel 1570, l'abitato raggiungeva le 850 unità. È proprio questa formidabile pressione demografica, più che la mera volontà estetica, a giustificare la rottura del guscio medievale e la progettazione del nuovo tridente urbano verso Villa Lante.
Il tradimento opportunistico e la polvere da sparo
Ma è la lettura stratigrafica degli elevati a restituirci le cicatrici più profonde della storia di Bagnaia. Delle sei fasi costruttive identificate dall'indagine di Serone, la prima ci riporta a un arco cronologico tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo. Una cortina di grandi blocchi squadrati difendeva l'abitato, protetto a sud da un fossato oggi completamente scomparso. In un documento del 1118, infatti, Bagnaia è già inequivocabilmente definita come castrum. Tuttavia, il vero punto di svolta architettonico coincise con uno dei periodi più turbolenti della politica europea: lo Scisma d'Occidente. Tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, le mura subirono una massiccia ricostruzione (Fase IV). Se le fonti ufficiali tacciono sulle cause specifiche, l'ipotesi più solida ci riporta al 1395. Dopo aver appoggiato l'antipapa Clemente VII e il tiranno Giovanni Sciarra di Vico, i bagnaioli eseguirono un repentino e calcolato voltafaccia politico, schierandosi con le truppe di Roma guidate da Giovannello Tomacelli, fratello di Bonifacio IX. Come ricompensa per l'appoggio e, verosimilmente, per i danni subiti durante il conflitto, Bagnaia ottenne l'esenzione dalle gabelle viterbesi. La necessità di adeguarsi ai nuovi teatri di guerra generò la successiva Fase V (metà del XV secolo). I vecchi bastioni non bastavano più. Sulla cortina si innestarono torri aggettanti a base quadrata e circolare, provviste di bocche da fuoco. Le armi da sparo avevano cambiato per sempre le regole dell'assedio, e la pietra di Bagnaia si adattò per garantire il vitale tiro di fiancheggiamento.
L'obliterazione della porpora
L'epilogo militare delle mura non fu segnato da un crollo sotto il fuoco nemico, ma da una lenta, inesorabile fagocitosi politica. Nel corso del Cinquecento (Fase VI), l'attività edilizia dei cardinali Riario e Ridolfi mutò geneticamente il castello. Le esigenze di difesa cedettero il passo a quelle della diplomazia e del prestigio. Il palazzo baronale si allargò, inglobando ampi tratti della cinta e neutralizzandone la funzione difensiva. Le antiche porte d'accesso vennero aperte e murate a discrezione dei porporati per favorire i collegamenti con la nascente Villa Lante. Il castrum medievale non venne distrutto, ma addomesticato. Leggere oggi le mura di Bagnaia significa sfogliare un registro scolpito nel peperino, dove ogni taglio, ogni malta e ogni innesto raccontano la transizione inesorabile di una comunità dalla pura sopravvivenza militare all'affermazione del potere politico rinascimentale. Un'evoluzione dinamica, che ha reso e rende ancora oggi quelle mura d'origine medievale vive e protettrici di antiche memorie.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…