1243: Viterbo contro l'Impero. Cronaca, tattica e propaganda dell'assedio di Federico II
di Diego Galli
Nel grande scacchiere geopolitico dell'Italia centrale del XIII secolo, Viterbo non era solo una città fiorente: era la vera cerniera strategica tra i territori pontifici e il Regno di Sicilia. Controllare il capoluogo della Tuscia significava garantire — o sbarrare — il transito lungo l'asse viario della penisola, mantenendo una pressione militare costante su Roma. È in questa cornice che si consumò, nell'autunno del 1243, uno degli scontri più brutali e decisivi tra il Papato e l'Impero di Federico II di Svevia. Un assedio che segnò non solo una svolta militare, ma l'inizio di una spietata guerra dell'informazione.
La scacchiera e il tradimento: le radici della rivolta
Consapevole del peso logistico di Viterbo, Federico II aveva da tempo gratificato la città con benefici e l'aveva presidiata erigendovi un palazzo imperiale fortificato. Come rileva lo storico Paolo Grillo, due anni prima dell'assedio lo Svevo vi aveva insediato il suo fedele collaboratore, Simone da Chieti, supportato da circa 400 cavalieri tedeschi e abruzzesi.
Il governo imperiale, tuttavia, aveva incrinato i delicati equilibri sociali urbani, abolendo la magistratura popolare del "balivo del Comune" e concentrando il potere nelle mani dell'aristocrazia locale filosveva. Di questo malcontento seppe approfittare il cardinale cistercense Raniero Capocci, figura di formidabile caratura diplomatica e spregiudicata intelligenza militare. Originario di Viterbo, Capocci attivò la sua fitta rete di clientele cittadine, offrendo ai "popolari" (mercanti e artigiani) l'appoggio della Chiesa per riconquistare la rappresentanza perduta.
Ma l'azione di Capocci non era dettata solo dal realismo politico di papa Innocenzo IV. Come sottolinea Carlo Fornari, il cardinale era mosso da un odio inestinguibile verso l'imperatore, maturato il 4 agosto 1241 durante la Battaglia dell'Isola del Giglio. In quell'occasione, la flotta imperiale aveva intercettato i prelati diretti a Roma per il concilio, catturandone oltre cento. Tra i prigionieri tradotti nel Sud Italia vi erano i vertici dell'ordine cistercense e persino fra' Tommaso, il cappellano personale di Capocci. Per il cardinale, Federico II divenne da quel momento un nemico della fede da annientare.
L'8 settembre 1243, i popolari viterbesi insorsero. In poche ore, con l'aiuto delle truppe assoldate da Capocci, rovesciarono il governo. Simone da Chieti, i nobili viterbesi fedeli all’Impero e la guarnigione imperiale furono costretti a barricarsi nella parte alta della città, nel "castello di San Lorenzo" e a prepararsi all’assedio.
Il ruggito dello Stupor Mundi e lo scontro tecnologico
Di fronte all'inazione del governatore imperiale del Lazio, il conte Riccardo Sanseverino, Federico II fu costretto a muoversi in prima persona da Melfi per non perdere il suo caposaldo e la faccia.
L'impatto psicologico dell'arrivo dell'imperatore fu devastante. È una cronaca coeva, da alcuni studiosi attribuita allo stesso cardinale Capocci, a tramandarci, con toni apocalittici, la furia dello Svevo che, il 10 ottobre 1243, si accampò a ovest della città, nel Piano dei Bagni, a ridosso di Porta di Valle:
Come una leonessa cui sia sottratto il cucciolo, come un'orsa cui sia rapito l'orsacchiotto, egli infuriò; sibilando come una bufera di mezzanotte, si affrettò, avvolto nel fuoco dell'ira, allo sterminio della città [...] E però venne sopra un rosso palafreno a toglier la pace alla terra.
I viterbesi, come documenta la cronachistica locale sistematizzata da Cesare Pinzi, si erano però preparati. Attorno all'area presidiata dalla guarnigione imperiale avevano eretto formidabili fortificazioni campali: fossati, terrapieni e robuste palizzate.
Qui andò in scena uno scontro ad altissima densità tecnologica. Come ricorda un recente studio dello storico Stefano Savone (Nuova Antologia Militare, 2023), Federico II schierò il meglio del suo arsenale, affidato ai temibili ingegneri e arcieri saraceni della colonia di Lucera. Oltre al fuoco greco, venne impiegata (forse per la prima volta) la maristella, una peculiare macchina d'assedio mobile dotata di una pesante blindatura in ferro e di un possente sperone progettato per agganciare i parapetti difensivi e riversare truppe scelte direttamente sulle mura.
Le fonti coeve, tra cui il francescano Salimbene de Adam, restituiscono l'immagine di un assalto brutale. I difensori viterbesi, vessati anche dai rifugiati nel castello che li colpivano alle spalle dallo sperone dell’attuale Colle del Duomo sopra la chiesa di S. Clemente, ressero l'urto grazie a un micidiale fuoco di balestre che trapassava le cotte di maglia della fanteria sveva. Gli assalitori, guidati dall'imperatore stesso protetto da un grande scudo quadrato, tentarono di ripararsi dietro tavole di legno, ma l'assalto si infranse nel fossato antistante la palizzata, che si riempì di caduti imperiali. A sostenere lo sforzo difensivo contribuì in modo decisivo papa Innocenzo IV, inviando 2500 once d'oro per pagare i soldati e concedendo l'indulgenza plenaria ai combattenti.
L'epilogo: la falsa pace e l'agguato
Dopo trenta giorni di logorante stallo, l'assedio si dimostrò insostenibile. Innocenzo IV, intenzionato a sfruttare il vantaggio senza tirare troppo la corda, inviò a Viterbo il cardinale Otto di San Nicola per negoziare. L'accordo, garantito solennemente anche da Capocci, prevedeva il ritiro dell'esercito assediante in cambio della liberazione della guarnigione di Simone da Chieti, protetta da un salvacondotto.
Ma il 10 novembre 1243, i patti furono clamorosamente stracciati. Mentre i sodali di Federico abbandonavano il castello di San Lorenzo, i viterbesi le aggredirono selvaggiamente, picchiando e derubando gli assediati. Secondo l'analisi di Fornari, l'agguato fu sobillato proprio da Capocci, il quale "vedeva balenare lo spettro della pace" e voleva rendere irrevocabile la rottura tra Papato e Impero.
Di fronte alla violenza, né il cardinale, né la municipalità, né il Papa mossero un dito per punire i colpevoli. Come annotò amaramente il grande storico viterbese Giuseppe Signorelli, in quel frangente "la ragione politica prevalse [...] allo spirito di carità cristiana".
Conseguenze: la rovina economica e la propaganda
La disfatta di Viterbo ebbe ripercussioni strutturali sull'Impero. Come evidenziato dalla storiografia di Ernst Kantorowicz, gli assedi prolungati di questo periodo (da Brescia a Viterbo, fino a Parma) richiesero uno sforzo logistico immane che prosciugò le casse imperiali, spingendo la burocrazia sveva verso un indebitamento cronico da cui non si sarebbe più risollevata.
Ma il colpo di grazia fu mediatico. Capocci trasformò il successo tattico nel fulcro di una campagna propagandistica su scala continentale. Il cardinale inondò l'Europa di libelli diffamatori in cui Federico II veniva spogliato di ogni aura sacrale per essere dipinto come il prenuntius Antichristi, il precursore dell'Anticristo.
L'assedio di Viterbo non fu quindi solo la cronaca di una strenua difesa urbana. Fu il laboratorio in cui il Papato sperimentò con successo la sintesi letale tra sollevazione popolare, resistenza ingegneristica e spietata guerra psicologica, infliggendo allo Stupor Mundi una ferita militare e d'immagine che avrebbe preparato il terreno per la sua definitiva deposizione al Concilio di Lione del 1245.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…