1240: Federico II a Viterbo. L’arrivo della guardia saracena e l'impatto culturale nella Tuscia
di Diego Galli
Nel febbraio del 1240, le porte di Viterbo si aprirono per accogliere un sovrano, ma videro fare il proprio ingresso a un intero mondo. Federico II di Svevia, nel pieno del suo sforzo per consolidare l'egemonia ghibellina nell'Italia centrale, scelse il capoluogo della Tuscia non come semplice tappa, ma come vera e propria "aula imperiale", una capitale temporanea in cui istituire la Zecca e amministrare il potere. Tuttavia, a segnare in modo indelebile la memoria visiva e psicologica della città non furono i notai della cancelleria o i feudatari tedeschi, bensì la guardia personale dell'imperatore: gli arcieri saraceni di Lucera. Un contingente armato che, sfilando pacificamente tra le architetture romaniche viterbesi, materializzò un trauma culturale e religioso senza precedenti.
L'incubo ancestrale e la realtà militare
Per comprendere lo smarrimento dei viterbesi, occorre guardare al passato. Nella memoria collettiva del territorio, il termine "saraceno" non evocava milizie inquadrate, ma il terrore delle incursioni navali e terrestri che, tra il IX e il X secolo, avevano devastato le coste tirreniche — da Centumcellae (Civitavecchia) all'entroterra, colpendo ripetutamente Sutri, Orte e la Campagna Romana.
Eppure, gli uomini che affiancavano lo Svevo nel 1240 appartenevano a una complessa realtà istituzionale. Si trattava dei discendenti degli arabi che avevano abitato la Sicilia sin dal IX secolo. Dopo aver sedato le loro aspre ribellioni isolane, Federico II ne aveva ordinato la deportazione in Puglia, confinando a Lucera una popolazione stimata tra le quindicimila e le ventimila anime. In quell'enclave, l'imperatore garantì loro la libertà di culto in cambio del pagamento del testatico (una tassa storicamente imposta dai musulmani alle minoranze religiose) e, soprattutto, della prestazione del servizio d'arme. I saraceni divennero così servi nostri, truppe fedelissime alla corona, dipendenti esclusivamente dal sovrano e, in quanto di fede islamica, del tutto immuni all'arma politica della scomunica papale.
Il profilo visivo e tattico: armi e armature
Il contrasto estetico con la cavalleria pesante cristiana doveva risultare stridente. I saraceni apparivano agili e scarni, tanto che alcune fonti coeve li definiscono inermes, a causa della loro palese mancanza di pesanti armature metalliche. Il loro equipaggiamento difensivo si limitava a una protezione per la testa (come il bacinetto o la cervelliera), una gorgiera e lo juppettum, ovvero un indumento imbottito o una leggera camicia in maglia di ferro.
La protezione attiva era affidata alla rotella, un piccolo scudo rotondo impiegato in mischia e prodotto direttamente dalle rinomate maestranze artigiane di Lucera. I dardi, invece, erano custoditi nel turcasso, una caratteristica e capiente faretra di forma cilindrica.
Il vero strumento di terrore balistico, tuttavia, risiedeva nelle loro mani: l'arco composito. Di chiara derivazione orientale, quest'arma era un prodigio di ingegneria, costruita assemblando un'anima in legno, rinforzi in osso o corno sul ventre e tendini animali sul dorso, il tutto unito in inverno da tenaci colle. Non si trattava di semplici strumenti di morte, ma di oggetti di altissimo artigianato, sovente decorati in oro e argento, rivestiti in cuoio raffinato, incisi con versetti del Corano e orgogliosamente firmati dai mastri armaioli che li avevano forgiati.
L'Oriente nel Patrimonio di San Pietro: la propaganda pontificia
L'esibizione di tali truppe all'interno del Patrimonium Sancti Petri non rispondeva a mere logiche di scorta armata, ma a un calcolato uso politico della magnificenza. Federico II ammantava il proprio incedere di una solennità quasi messianica, in cui il serraglio esotico e i dignitari orientali servivano a proiettare l'immagine di un monarca universale, capace di sottomettere al proprio volere persino gli avversari storici della cristianità. Un atteggiamento che lo storico tedesco Ernst Kantorowicz, nella sua celebre biografia dello Svevo, inquadra in modo netto, ricordando come «l'amicizia dell'imperatore coi principi musulmani (dei quali costui accettava doni nonostante fossero gli sterminatori dei cristiani)» divenne rapidamente il bersaglio di una spietata offensiva mediatica.
Dalle stanze viterbesi, infatti, un osservatore d'eccezione scrutava la scena: il cardinale Raniero Capocci. La sfilata della guardia musulmana fornì all'abile porporato il pretesto visivo e teologico definitivo. Capocci attinse a quell'immagine di esotismo militare per istruire i suoi feroci libelli. È ancora Kantorowicz a sintetizzare l'impalcatura di questa macchina del fango: «Ranieri percorre a volo tutti i fatti della vita dell'imperatore Federico – e tutti stanno sotto l'insegna dell'anticristo – così si dà relazione dei motti eretici dei cortigiani e di lui stesso, della colonia saracena cogli orrori e le infamie dei suoi guerrieri».
Le accuse mosse da Capocci non si limitavano alla retorica, ma scendevano nel dettaglio di una precisa e calcolata guerra psicologica. Come documentato dalle fonti curiali, il cardinale viterbese diffuse capillarmente la notizia che i saraceni si fossero macchiati dell'omicidio del vescovo di Arezzo e di inaudite atrocità contro la cittadina di Narni. Non solo: per infiammare lo sdegno dei guelfi, Capocci accusò formalmente i miliziani musulmani di aver affisso immagini sacre cristiane sui propri scudi, costringendo così i soldati pontifici a colpire e profanare le loro stesse icone pur di difendersi. La diplomazia e l'ecclettismo dell'imperatore venivano così tramutati in eresia conclamata, trasformando Federico II nel prenuntius Antichristi, il precursore dell'Anticristo.
Il preludio del sangue
Nel marzo del 1240, l'imperatore ripartì, lasciando dietro di sé una città divisa tra l'ossequio per l'autorità secolare e il sottile turbamento per un consorzio umano avvertito come alieno. Quell'ingresso trionfale e pacifico gettò tuttavia un seme funesto. Gli stessi arcieri dalle corazze leggere e dagli archi finemente cesellati, il cui incedere aveva destato meraviglia e inquietudine al fianco dello Stupor Mundi, sarebbero tornati a calcare la terra di Viterbo. Ma nell'autunno del 1243, non vi sarebbero state marce di parata: i turcassi si sarebbero svuotati contro le mura del castello di San Lorenzo, e l'aula imperiale si sarebbe tramutata in uno dei campi di battaglia più aspri del secolo.
Classe '85, giornalista, laureato in Scienze della Comunicazione, ho raccontato la politica, la cronaca e la cultura per testate locali e nazionali, tra cui Il…